
di Mario Modica
Se n’è andato Sandro Mazzola, uno dei grandi protagonisti del calcio italiano del dopoguerra, bandiera dell’Inter e della Nazionale. Aveva 83 anni.
Per chi ha vissuto il calcio degli anni Sessanta e Settanta, il suo non è semplicemente un nome da almanacco. Mazzola appartiene a quella categoria di giocatori che finivano per superare i confini della propria squadra. Potevi essere interista, milanista, juventino o tifare per qualsiasi altra maglia: quando giocava la Nazionale, quei campioni diventavano un po’ di tutti.
Io non ero interista, ma per noi ragazzini di allora Sandro Mazzola era comunque un mito.
Era il simbolo della Grande Inter, la squadra di Helenio Herrera, di Facchetti, Burgnich, Jair, Corso e Suarez. Con quella maglia Mazzola costruì tutta la sua carriera, vincendo scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali. Tempi nei quali essere una “bandiera” non era ancora un’espressione retorica: significava davvero legare il proprio nome, la propria storia e spesso tutta la propria vita sportiva a una sola società.
Ma per noi Mazzola era anche e soprattutto la maglia azzurra.
Fu campione d’Europa nel 1968 e protagonista della Nazionale che due anni dopo, ai Mondiali del Messico, arrivò fino alla finale contro il Brasile di Pelé. Quella fu l’Italia della leggendaria semifinale contro la Germania Ovest, il 4-3 rimasto nella storia del calcio, ma anche l’Italia del dualismo tra Mazzola e Rivera, due fuoriclasse diversi che dividevano discussioni, bar, famiglie e tifoserie.
Erano anni in cui il calcio aveva un altro ritmo e un altro modo di entrare nella vita quotidiana. Le partite erano molte meno, la televisione non trasmetteva calcio a tutte le ore e proprio per questo l’attesa rendeva quei campioni ancora più grandi ai nostri occhi.
Di Sandro Mazzola conservo anche un ricordo molto personale, legato proprio a Pavia.
Lo vidi dal vivo, primi anni ’70, quando venne in città ospite della Pellicceria Annabella. Ricordo ancora la folla davanti al negozio. Eravamo in tanti ad aspettarlo all’uscita, con quella pazienza e quell’entusiasmo che oggi forse sembrano appartenere a un altro mondo.
Anch’io ero lì, naturalmente, in attesa dell’autografo di rito.
Per noi ragazzi vedere da vicino un personaggio che fino a quel momento esisteva soprattutto attraverso la televisione, le figurine, i giornali sportivi e le radiocronache era qualcosa di straordinario. Non c’erano selfie, telefoni da tirare fuori dalla tasca o social sui quali pubblicare immediatamente l’incontro. C’era un pezzo di carta, una fotografia, magari un taccuino, e una firma che diventava un piccolo tesoro da portare a casa.
Ricordo quella gente davanti ad Annabella e l’attesa per vedere uscire Mazzola. E ricordo quanto fosse naturale, allora, andare incontro a un campione semplicemente per potergli stare vicino per qualche secondo.
È forse questo uno degli aspetti che tornano alla mente oggi.
Sandro Mazzola rappresentava un calcio nel quale i grandi giocatori erano lontanissimi e allo stesso tempo incredibilmente vicini. Erano personaggi famosi, certo, ma continuavano ad avere qualcosa di umano, di riconoscibile. Il rapporto con i tifosi passava attraverso un autografo, una stretta di mano, una fotografia scattata magari con una macchina fotografica che avrebbe restituito l’immagine soltanto qualche giorno dopo.
E poi c’erano i valori di quel calcio.
La fedeltà alla maglia. L’appartenenza. Il rispetto per gli avversari. La Nazionale vissuta come il punto più alto della carriera di un calciatore.
Naturalmente anche quel calcio aveva i suoi difetti, le polemiche, gli interessi e le rivalità feroci. Non bisogna trasformare il passato in qualcosa che non è mai stato. Ma è difficile negare che esistesse un rapporto diverso tra giocatori, società e pubblico.
Mazzola era uno di quei simboli.
Figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino morto nella tragedia di Superga, riuscì a costruire una storia enorme senza vivere soltanto dell’eredità di suo padre. Portava sulle spalle un cognome pesantissimo e riuscì a trasformarlo in una propria identità calcistica.
Quando muore un personaggio così non scompare soltanto un grande calciatore.
Se ne va un frammento dei nostri ricordi.
Per qualcuno sono le partite della Grande Inter. Per altri Messico ’70. Per altri ancora le discussioni infinite su Mazzola e Rivera.
Per me c’è anche quell’immagine pavese: una folla davanti alla Pellicceria Annabella e un ragazzo che aspetta Sandro Mazzola all’uscita sperando di portarsi a casa il suo autografo.
Non ero interista.
Ma quel giorno ero lì anch’io.
Perché Sandro Mazzola, in fondo, apparteneva a tutti noi.
Ciao Sandro. E grazie per aver fatto parte del calcio della nostra giovinezza.