Cultura e società

Mogol, 90 anni di parole che raccontano la nostra vita

4 min di lettura

di Mario Modica

Ci sono autori dei quali ricordiamo le canzoni. E poi ci sono autori le cui parole finiscono per confondersi con la nostra vita. Mogol appartiene a questa seconda, rarissima categoria.

Oggi, 17 agosto, Giulio Rapetti Mogol compie 90 anni. Un traguardo importante per un uomo che ha attraversato oltre sessant’anni di musica italiana, firmando quasi 1.800 brani e contribuendo alla vendita di centinaia di milioni di dischi. Ma i numeri, per quanto impressionanti, non riescono a spiegare davvero ciò che Mogol ha rappresentato per noi.

Perché Mogol non si conta soltanto in canzoni, dischi e riconoscimenti. Si misura nei ricordi.

Le sue parole hanno accompagnato i nostri primi amori, le estati che sembravano non dover finire mai, i viaggi in automobile, le serate trascorse con gli amici e quei momenti di solitudine nei quali una canzone riusciva a comprenderci meglio di molte persone.

Sono entrate nelle nostre case attraverso un giradischi, un’autoradio o una piccola radiolina appoggiata sul comodino. E noi, spesso senza sapere chi avesse scritto quei versi, li abbiamo imparati a memoria e li abbiamo portati con noi.

Quando le canzoni diventano ricordi

Per chi, come me, ha trascorso una vita nella radio, il nome di Mogol non può essere separato da quello di Lucio Battisti.

Quando partivano le prime note di Mi ritorni in mente, Emozioni, Pensieri e parole, I giardini di marzo, Il mio canto libero o La canzone del sole, non stavamo semplicemente mettendo un disco sul piatto. Stavamo affidando alla radio un frammento della vita di chi ascoltava.

Quelle canzoni avevano una caratteristica straordinaria: parlavano a tutti, ma sembravano scritte per ciascuno di noi.

Mogol ha saputo raccontare l’amore senza trasformarlo in una favola perfetta. Nei suoi testi ci sono l’entusiasmo e la paura, la gelosia e la tenerezza, il desiderio di partire e quello di tornare. Ci sono gli incontri che cambiano un’esistenza e le separazioni che lasciano domande senza risposta.

La sua grandezza è stata quella di trovare parole apparentemente semplici per sentimenti che semplici non sono mai.

Una voce senza bisogno di cantare

Mogol non saliva sul palco per interpretare quelle canzoni, ma dentro ciascuna di esse la sua voce era presente.

Era la voce discreta dell’autore, di colui che osserva la vita e riesce a trasformare un gesto quotidiano, un paesaggio, una strada o un silenzio in qualcosa di universale. Insieme a Battisti ha costruito uno dei sodalizi più importanti della musica italiana, ma la sua storia artistica è molto più ampia.

Ha scritto per Mina, Gianni Morandi, Bobby Solo, Riccardo Cocciante, Adriano Celentano, Marcella Bella e tanti altri protagonisti della nostra musica. Ha attraversato epoche e stili diversi senza perdere la capacità di parlare al pubblico.

Eppure, quando pensiamo a lui, torniamo quasi inevitabilmente a quel repertorio irripetibile nato dall’incontro con Battisti. Forse perché quelle canzoni non sono rimaste ferme nel tempo: sono cresciute insieme a noi.

Da ragazzi le cantavamo pensando all’amore. Oggi, riascoltandole, vi ritroviamo anche il tempo trascorso, le persone incontrate, quelle perdute e quelle che continuano a camminare al nostro fianco.

La colonna sonora di una generazione

La radio ha avuto un ruolo fondamentale nel rendere quelle parole parte della memoria collettiva. Le canzoni di Mogol e Battisti passavano dalle grandi emittenti nazionali alle prime radio libere, entrando nelle case, nei negozi, nelle automobili e nei luoghi di lavoro.

Anche a Pavia quelle note hanno accompagnato gli anni nei quali la radio diventava libertà, partecipazione e scoperta. Noi giovani speaker le annunciavamo davanti a un microfono, forse senza renderci ancora conto che stavamo trasmettendo pagine destinate a restare nella storia.

Era sufficiente appoggiare la puntina sul vinile e lasciare che la musica facesse il resto.

Dietro il vetro dello studio arrivavano telefonate, dediche, richieste. Ogni ascoltatore legava quella canzone a un nome, a un volto, a una promessa. È anche così che un brano smette di appartenere soltanto a chi lo ha scritto e diventa patrimonio di tutti.

Un grazie personale

A 90 anni Mogol può guardare a una carriera straordinaria. Nel 2026 il Festival di Sanremo gli ha conferito il premio alla carriera, celebrando pubblicamente ciò che gli italiani avevano già riconosciuto da molto tempo: il suo posto nella storia della nostra musica.

Ma oggi, più che elencare i premi, sento il desiderio di dirgli grazie.

Grazie per aver trovato le parole quando noi non riuscivamo a trovarle.

Grazie per aver raccontato l’amore senza nasconderne le fragilità.

Grazie per aver accompagnato le nostre partenze e i nostri ritorni.

Grazie per tutte quelle volte in cui, attraverso la radio, una sua canzone ha raggiunto qualcuno che aveva bisogno proprio di quelle parole.

Mogol compie 90 anni, ma le emozioni che ha saputo raccontare non hanno età. Continuano a vivere ogni volta che una radio trasmette una delle sue canzoni, ogni volta che qualcuno la canta e ogni volta che poche note riaprono improvvisamente una porta della memoria.

Buon compleanno, Mogol.

Da Radio Pavia, e da chi ha trascorso una vita tra dischi e microfoni, l’augurio più sincero. Perché molte delle tue parole sono diventate anche le nostre.

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