
di Mario Modica
Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, anche quando l’età e il tempo le rendono, in qualche modo, inevitabili.
La morte di Peppino di Capri è una di quelle.
Non se ne va soltanto uno dei più grandi protagonisti della musica italiana. Se ne va un uomo che, senza mai alzare la voce, ha attraversato oltre mezzo secolo di storia del nostro Paese con un’eleganza che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Le sue canzoni hanno accompagnato generazioni di italiani, raccontando l’amore, le speranze, le malinconie e quella leggerezza che solo i grandi artisti sanno trasformare in qualcosa di eterno.
Eppure oggi non voglio ricordarlo per Champagne, per Roberta o per le sue vittorie a Sanremo.
Oggi voglio ricordarlo per “Il sognatore”.
Perché quella canzone, ogni volta che la riascolto, mi dà la sensazione che Peppino non stesse parlando soltanto di sé. Parlasse di tutti quelli che hanno scelto di non smettere di credere.
Viviamo in un tempo in cui essere sognatori sembra quasi una colpa.
Conta essere veloci, apparire, rincorrere i numeri, i clic, gli algoritmi. Chi continua a credere nella forza delle idee, nella cultura, nella buona comunicazione, nell’onestà intellettuale e nei rapporti umani viene spesso guardato con un sorriso di compatimento. Come se appartenesse a un’altra epoca.
Eppure io continuo a pensare che sia esattamente il contrario.
Sono un sognatore.
Lo sono ogni volta che apro il computer con la convinzione che valga ancora la pena raccontare una bella storia. Lo sono quando scelgo di dare spazio a chi ha qualcosa da dire invece di inseguire soltanto ciò che fa rumore. Lo sono quando credo che un giornalismo serio, una radio fatta con passione, un articolo scritto con cura possano ancora fare la differenza.
È una scelta che, a volte, costa cara.
Ci si sente soli. Si viene criticati. Si ha la sensazione di combattere battaglie che sembrano già perse.
Ma poi arriva una canzone come “Il sognatore” e ti ricorda che non sei fuori dal tempo. Sei semplicemente rimasto fedele a te stesso.
Forse è questo il regalo più grande che oggi ci lascia Peppino di Capri.
L’idea che non bisogna vergognarsi della propria sensibilità. Che le rughe raccontano le battaglie combattute, non le sconfitte. Che la gentilezza non è debolezza. Che il successo ha valore solo se non ti costringe a diventare qualcun altro.
Viviamo in un mondo che ha bisogno di innovazione, di tecnologia e di intelligenza artificiale. Ma ha bisogno, prima ancora, di persone capaci di emozionarsi.
Perché senza emozioni non esistono né la musica, né la creatività, né il giornalismo, né la pubblicità, né l’amore.
Esistono soltanto contenuti.
Peppino di Capri, invece, ci ha insegnato che la differenza la fanno sempre le persone.
E allora oggi non voglio salutarlo con tristezza.
Voglio dirgli semplicemente grazie.
Grazie per aver dimostrato che si può attraversare una vita intera senza rinunciare alla propria eleganza.
Grazie per averci ricordato che il vero successo non è essere ricordati per una canzone, ma per ciò che quella canzone continua a far nascere nel cuore di chi l’ascolta.
E grazie perché, da oggi in poi, quando qualcuno mi dirà che sognare è inutile, penserò a te.
E continuerò a farlo.
Con ancora più convinzione.
Perché i sognatori non cambiano il mondo da soli.
Ma senza i sognatori il mondo smette di cambiare.